“La scuola difficile. Disagio educativo e sfide pedagogiche” di Valeria Rossini

La scuola difficile

Prof.ssa Valeria Rossini, Lei è autrice del libro La scuola difficile. Disagio educativo e sfide pedagogiche, edito da San Paolo: in che modo l’attuale stato di cose rischia di minare alla base l’ideale di una scuola della persona e per la persona?

 

L’ideale di una scuola della persona e per la persona è alla base del nostro sistema scolastico, ed è stato perseguito in particolare attraverso l’impostazione democratica dell’istruzione. Lo scenario contemporaneo, profondamente influenzato dagli effetti dell’emergenza sanitaria, della crisi economica e delle recenti vicende geopolitiche, sembra però avere dimenticato l’importanza di porre al centro la persona in qualsiasi scelta di politica scolastica, rischiando così di disperdere le potenzialità formative dell’istruzione. Una scuola abbandonata a sé stessa, lasciata da sola ad affrontare problematiche ataviche come la dispersione, e forme di disagio relativamente più nuove, come le povertà educative, diventa un contesto difficile, che può letteralmente far male. Del resto, se abbiamo bisogno di progetti volti a star bene a scuola, a promuovere il benessere scolastico e costruire comunità democratiche e inclusive è perché in realtà, soprattutto in alcune aree urbane o quartieri cittadini, la scuola è tutto fuorché un luogo in cui imparare e insegnare a essere democratici e inclusivi.

Le ragioni di questo cortocircuito sono molteplici. In primo luogo, potremmo dire che la scuola è vecchia. Il mito del progresso, che non coincide con lo sviluppo, ci ha costretto a rincorrere il tempo con innovazioni e sperimentazioni che seguono piuttosto la logica del gattopardismo, secondo cui è necessario cambiare tutto affinché tutto resti com’è. La scuola è vecchia anche se si sforza di non apparire conservatrice. Anzi, lo è a maggiore ragione quando decide di tradire la tradizione, ossia il suo compito legato alla etimologia della parola scholè, che rimanda all’ozio, allo studio disancorato dalle preoccupazioni quotidiane che solo conduce all’elevazione spirituale della persona.

I percorsi scolastici non sembrano più finalizzati all’umanizzazione e al perfezionamento dell’uomo, e subiscono una sorta di distorsione della visione egualitaria e nello stesso tempo meritocratica degli studi, che si è affermata con l’articolo 34 della nostra Costituzione. Oggi, la meritocrazia è diventata competizione estrema, l’uguaglianza è stata tradotta in piatta massificazione e, soprattutto, non è cambiato il modello di scuola che è sostanzialmente identico dal 1800. Tutto ciò a dispetto di una serie infinite di riforme, alcune sostanziali, altre assimilabili a inutili ritocchini, e nonostante l’introduzione del digitale, diventato in epoca pandemica assolutamente indispensabile. In Italia, il meccanismo fondativo della scuola si basa infatti (soprattutto a livello di istruzione secondaria) sull’organizzazione in classi suddivise in funzione dell’età cronologica dei discenti, e di un orario delle lezioni predeterminato, caratterizzato dalla prevalenza della spiegazione frontale, dallo studio individuale a casa e dalla conseguente verifica.

Questa didattica lineare, che non riesce spesso a prendere in carico i bisogni educativi degli allievi, a riconoscere le molteplici differenze nei loro modi di imparare, a valorizzare il talento e la creatività, rischia di lasciare indietro molti bambini e ragazzi, che così si allontanano progressivamente dalla meta del successo formativo.

 

Che ruolo svolge, per l’insegnamento e, in termini più ampi l’educazione, la promozione dell’apprendimento?

 

L’insegnamento ha a che fare, etimologicamente, con la capacità del docente di porre un segno nel percorso formativo del discente. Crollato il mito della didattica trasmissiva proprio della stagione del magistrocentrismo, le esperienze teorico-pratiche delle pedagogie dell’attivismo e delle scuole nuove hanno dimostrato che è possibile, oltre che auspicabile, promuovere il protagonismo degli allievi nella gestione autonoma dei propri processi di apprendimento, a partire dall’infanzia. Le ricerche nel campo del cognitivismo, del costruttivismo e delle neuroscienze hanno tracciato sentieri davvero proficui dal punto di vista dell’organizzazione didattica, che hanno condotto ad esempio alla diffusione di metodologie attive, metacognitive e cooperative in tutti i gradi scolastici.

Riconoscere le caratteristiche apprenditive degli alunni, aiutarli a diventare esperti nella regolazione dei meccanismi cognitivi, motivazionali e affettivi che sostengono lo studio è un compito tanto difficile quanto indispensabile, che pertanto non dovremmo mai trascurare. Se è vero infatti che, grazie all’attività cerebrale, gli esseri umani modificano l’ambiente e, di conseguenza, l’ambiente modifica il loro cervello, dobbiamo ricordare che alcuni caratteri tipici del funzionamento umano e lo stesso cervello infantile non hanno subito modificazioni almeno dagli ultimi centoventimila anni. Da ciò discende che – come aveva intuito del resto Maria Montessori – non esiste il bambino del Medioevo, dell’età moderna e dell’era tecnologica. Tutti i bambini del mondo necessitano di fare esperienza di accudimento, amore, apprendimento, gioco, socializzazione, in sostanza desiderano crescere, sentirsi amati, imparare, divertirsi e stare con gli altri. I bisogni dei bambini sono gli stessi da sempre e in ogni parte del mondo, ma ciò che cambia è ovviamente il modo di soddisfarli.

Avere cura della promozione dell’apprendimento significa pertanto dare seguito all’impegno di adulti e minori nella direzione di un “imparare a imparare” che rappresenta la meta della relazione educativa come percorso di crescita reciproco, in cui ciascuno può donare all’altro ciò che sa e sa fare, sapendone fare buon uso. In questo senso, possedere un bagaglio di abilità sociali e prosociali, sviluppare la capacità di collaborare in modo solidale e proattivo rappresentano i pilastri dell’esercizio di una cittadinanza scolastica, sociale e globale che va molto oltre il piano della mera alfabetizzazione.

Promuovere l’apprendimento significa allora promuovere la capacità di leggere il mondo, di risolvere i problemi, di decentrare il proprio punto di vista, di aprirsi alla novità. Non è possibile dirsi istruiti senza avere sperimentato curiosità e interesse verso la realtà circostante, senza avere sviluppato resilienza di fronte alle difficoltà, senza avere costruito un’immagine realistica di sé, e soprattutto, senza avere la consapevolezza del proprio inalienabile valore.

La scuola ha il diritto-dovere di supportare i bambini e i ragazzi in questo percorso, e può farlo solo se riesce a incarnare i valori di una comunità educante che faccia quotidianamente leva sul dialogo, che non esclude il conflitto, sull’incoraggiamento, che non esclude il fallimento, sulla libertà, che non esclude le regole.

 

Come affrontare dunque le situazioni di prostrazione pedagogica, frustrazione personale e malessere sociale che rendono la scuola un mondo difficile?

 

Gli interventi volti a prevenire e contrastare il disagio scolastico richiedono uno sguardo complesso che inglobi competenze specialistiche e multidisciplinari. Non si può certo sottovalutare il ruolo che, nella costruzione del disagio, hanno le condizioni di precarietà economica, di deprivazione culturale, di problematicità familiare che caratterizzano le storie dei nostri ragazzi difficili. Dal punto di vista pedagogico, si tratta di recuperare innanzitutto un’idea di scuola per il terzo millennio in cui siano centrali non le competenze, come si sente dire da decenni, ma la cultura. Se la scuola appare distante dalla vita, se le conoscenze apprese in aula sembrano inutili per affrontare le sfide della quotidianità, non è certo abdicando a una solida preparazione di base che si può pensare di cambiare questo stato di cose.

Coltivare l’educazione dell’uomo e del cittadino, accompagnare il suo percorso esistenziale è compito che può essere svolto solo sulla base di una raffinata sensibilità verso le fragilità umane, e di una lucida responsabilità in ordine alla necessità di accoglierle in ogni loro forma. Da qui, il famoso obiettivo 4 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che ha come titolo l’istruzione di qualità, deve essere considerato alla luce dell’idea di sviluppo che non coincide necessariamente con l’accelerazione in avanti. L’Unesco, re-immaginando il nostro futuro insieme, dice che we must learn to unlearn, ossia che dobbiamo imparare a disimparare. Dobbiamo ad esempio disimparare a utilizzare pratiche desuete come la lezione frontale in forma massiva, lasciando lo spazio dell’aula immodificabile e le proposte didattiche uguali per tutti. Ancora, dovremmo confidare nel desiderio degli insegnanti di formarsi continuamente, soprattutto al fine di acquisire competenze relazionali che consentano di stare accanto ad alunni e studenti senza pregiudizi, timori o frustrazioni. Ascoltare, comunicare efficacemente, avere uno sguardo empatico e praticare la gioia sono prerequisiti del lavoro didattico tanto quanto la padronanza della disciplina e delle tecniche di insegnamento.

Investire sugli adulti, coinvolgendo ovviamente i dirigenti, i genitori, e tutti coloro che hanno responsabilità educative, è indispensabile per riuscire a riconoscere i segnali del malessere dei bambini e soprattutto degli adolescenti, che vivono oggi la contraddizione di sentirsi soli seppure costantemente iperconnessi, di sapersi isolati seppure stabilmente immersi nella rete. Consentire che questo malessere imploda, cronicizzandosi in disadattamento, devianza, delinquenza, significa consegnare il domani nelle mani di una generazione stanca, rassegnata, sofferente e arrabbiata. Evitare tutto ciò è possibile solo sradicando alla base il meccanismo che decide spesso aprioristicamente chi ha il diritto di avere una chance di futuro, e chi invece è costretto a rinunciarvi. La scuola possiede in sé tutte le risorse per portare avanti la sfida di un’educazione equa, inclusiva e felice per tutti, ma nulla può se il mondo che le gira intorno non si impegna a diventare a sua volta equo, inclusivo e felice per tutti.

Intervista a Valeria Rossini pubblicata in Letture.org